IN FILA PER
50 ORE AL COMMISSARIATO
Elena ieri pomeriggio è andata a lavorare,
anche se era molto stanca e aveva la febbre. Non dormiva da due notti e si era
presa tutto il freddo ghiaccio di questa gelida dicembrata romana. Lavorerà
anche oggi, non si può permettere troppe assenze: questa settimana già ha
saltato il lavoro per tre giorni di seguito e le è costato parecchi soldini. Lei
lavora a ore, fa le pulizie nelle case dei romani. Se non lavora niente paga.
Invece la paga le serve.
Elena in realtà si chiama Allona, o qualcosa del genere, è un nome russo e qui
da noi nessuno lo sa pronunciare e tantomeno scrivere, allora lei per comodità
si fa chiamare Elena, che è più facile. E' di Mosca, sta a Roma da parecchi
anni, lavora dieci-undici ore al giorno, più il tempo per gli spostamenti, e
ogni dodici mesi deve combattere col permesso di soggiorno. Martedì mattina si è
messa in fila davanti al commissariato, vicino a Tomba di Nerone (Roma nord, via
Cassia), con tutte le carte che servono a chiedere il rinnovo del permesso. Se
le va bene stavolta le consegneranno un permesso che vale due anni. Finora ha
avuto solo permessi brevi, quelli da un anno. Martedì è rimasta in in fila
davanti al commissariato per tutta la gironata, e poi per tutta la notte, e per
la giornata di mercoledì, e poi per la notte di mercoledì. E' riuscita a
presentarsi davanti al poliziotto di turno ieri mattina, giovedì, a mezzogiorno,
distrutta dal sonno e dalla stanchezza, ha consegnato i documenti e le hanno
detto che tra cinque o sei mesi può tornare a prendersi il permesso. 50 ore in
fila, davanti al portone del commissariato, in mezzo alla strada. In piedi, o
seduta sul marciapeide, con il cappotto e col plaid. Due notti insonni. Elena un
paio di volte, durante la giornata, ha chiesto di poter entrare nel
commisarriato per andare al bagno. Le hanno risposto di no. Le hanno detto un
po' bruschi che già per il commissariato è una bella seccatura avere tutti
quegli immigrati in fila fuori del portone - ogni giorno, ogni notte - e ci
mancherebbe anche che loro andasasero a sporcare i bagni. Siccome ad Elena era
salita la febbre, perché le notti all'addiaccio non fanno bene alla salute,
allora ha mandato suo figlio, che faceva la fila con lei, a comprare
un'aspirina, poi ha chiesto di poter prendere dell'acqua minerale al
distributore automatico che sta nell'atrio del commissariato, ma anche stavolta
le hanno detto di no, che il distributore dell'acqua e delle bibite è per i
poliziotti e per gli italiani.
Ho chiesto ad Elena perché il figlio faceva la fila con lei, lei mi ha detto che
il ragazzo ha fatto la fila solo di giorno, poi di notte è andato a dormire a
casa. E' grande, ha 18 anni. Io le ho detto che anch'io ho un figlio di 18 anni
e che a quell'età sono ancora ragazzini. Mi ha risposto, sorridendo, che sono
ragazzini gli italiani, i russi a 15 anni sono adulti. Non se la possono
permettere una adolescenza troppo lunga.
In fila con Elena c'erano varie decine di immigrati. C'era una mamma con un
bambino di 10 mesi, che ha passato tutta la notte con lei, perchè a casa non
c'era nessuno che si potesse occupare di lui. Elena invece ha voluto con sé il
suo ragazzo perché altrimenti non lo vede mai. «Lo vedo la mattina, quando dorme
ancora, e poi la sera, quando dorme già». Elena sta a casa solo la notte. Paga
500 euro al mese per una stanza e angolo cottura a Labaro. Prima aveva una casa
più grande ma il padrone un bel giorno le ha fatto trovare la porta sbarrata col
lucchetto. Lei si è rivolta alla polizia ma non ha ottenuto niente. E' russa, il
padrone di casa era italiano. Poi è intervenuto un giudice e ha imposto al
padrone di casa di fare entrare Elena almeno per riprendersi la sua roba, i
vestiti, i libri di scuola del figlio, le valigie. Sopra un armadio Elena aveva
lasciato, nascosta, una cassetta con dei soldi. L'ha ritrovata vuota. Lo ha
detto ai poliziotti e loro le hanno risposto con un sorrisetto: «Signora, non li
avrà rubati suo figlio?..». A Elena è venuto da piangere per tanta becera
arroganza.
Ho incontrato Elena ieri mattina sotto casa mia, vicino al commissariato. Poi
sono uscito e ho incontrato un collega e mi ha raccontato del suo giornale, uno
dei più grandi giornali europei, dove nei giorni scorsi c'è stata una drammatica
forma di lotta con due giorni di sciopero e blocco del giornale. Non fare uscire
per due giorni di seguito un giornale (l'informazione è un servizio pubblico) è
un modo estremo per esprimere una protesta e una lotta. Si fa solo per motivi
gravissimi, che in genere riguardano la tenuta della democrazia. Lo sciopero
stavolta era perché i giornalisti chiedono di essere risarciti economicamente
per il disagio provocato da un trasferimento di sede. Da una zona centralissima
di Roma a un luogo lontano tre o quattro chilomteri da piazza Venezia.
Ho pensato che talvolta noi abbiamo un'idea molto "cangiante" dei diritti e dei
disagi. Per un giornalista è disagio insopportabile un cambio di indirizzo, per
un impiegato (italiano) è disagio una fila di cinquanta minuti alle poste, per
un immigrato russo, o africano, è normale passare cinquanta ore davanti a un
commissariato.
La settimana scorsa abbiamo fatto un sondaggio su Liberazione on-line. Abbiamo
chiesto ai nostri lettori, che sono come noi tutta gente di sinistra, qual è il
problema più grande che dovrà essere affrontato da un governo di sinistra.
Abbiamo citato vari problemi e indicato delle soluzioni. Il numero più basso di
consensi li ha ricevuti la proposta di abolire la Bossi-Fini. Solo 7 lettori su
cento hanno creduto che quella legge è la prima da abolire.