Nassiriya, una missione all'ombra del petrolio
di Toni Fontana
In un documento datato 11 novembre 2004, un anno dopo la strage di Nassiriya
(12 novembre 2003), che il ministro degli Esteri Franco Frattini inviò alla
Camera, venivano riassunti i motivi che sono alla base della partecipazione
italiana alle missioni militari all'estero, ed in special modo in Iraq. La
Farnesina, in sintesi, spiegava che «l'impegno italiano per la sicurezza
internazionale» è determinato da «un calcolo razionale del nostro
interesse». A pagina 2 questa filosofia viene ulteriormente specificata: il
ministro Frattini spiega che «il nostro impegno nelle missioni di pace
rappresenta un solido investimento» e che, di conseguenza, «possiamo
attenderci considerevoli benefici economici dalla stabilizzazione di regioni
sensibili per i nostri approvvigionamenti e per le prospettive di apertura
di nuovi mercati e di nuove aree di collaborazione». A quali
approvvigionamenti si riferisce il ministro degli Esteri, oggi commissario
europeo?
Secondo un'inchiesta che sarà pubblicata oggi dal settimanale <i>Diario</i>
e trasmessa su Raitre (l'autore è Sigfrido Ranucci di Rainews24) l'interesse
dell'Italia in Iraq è «l'oro nero», il petrolio del quale il paese
mediorientale possiede il secondo giacimento al mondo. Mai, nei tanti
dibattiti parlamentari che si sono tenuti da due anni a questa parte, il
governo non ha mai citato il petrolio tra le ragioni che hanno portato alla
decisione di inviare le truppe a Nassiriya. Fin dagli esordi della
spedizione (alle Camere se ne parlò per la prima volta il 14 e 15 aprile
2003, pochi giorni dopo la caduta di Baghdad) Frattini, e successivamente
Fini, hanno solo ed esclusivamente parlato di «iniziativa umanitaria».
Secondo l'inchiesta che uscirà oggi pochi giorni prima dell'inizio
dell'attacco anglo-americano contro l'Iraq di Saddam il governo italiano
aveva ricevuto un voluminoso dossier redatto dal professor Giuseppe Cassano,
docente di statistica economica a Teramo, per conto del ministero delle
attività produttive. L'analisi dello studioso era iniziata sei mesi prima
della guerra e aveva come oggetto le opportunità che si offrivano all'Italia
di sfruttare le risorse petrolifere irachene.
Il relatore è convinto che l'Italia possa puntare sui «giacimenti di Halfaya
e Nassiriya». Sul fatto che l'Eni avesse raggiunto, come altre aziende e
governi europei, un accordo con gli iracheni non vi sono dubbi. Di questo
parlano anche i documenti citati nel rapporto sull'energia che Bush ebbe dal
suo vice Cheney all'inizio del suo primo mandato. Viene citato un accordo,
datato 1997, e realizzato tra gli iracheni da un lato e le compagnie Eni e
Repsol (Spagna) dall'altro per lo sfruttamento di immense riserve, varianti
tra i 2,5 e i 4 miliardi di barili. Tra la metà degli anni novanta ed il
2000 (come conferma l'ex dirigente Eni Benito Li Vigni) l'Eni aveva dunque
raggiunto un'intesa con Baghdad che però (come per altri accordi realizzati
coi i russi ed altri paesi occidentali) non si tramutò nello sfruttamento
dei pozzi perché Saddam pretendeva come contropartita la fine dell'embargo
che solo gli americani erano in grado di decretare. Il professor Cassano,
nel dossier consegnato al governo, guarda però al «dopo Saddam» ipotizzando
che, a guerra conclusa, vi sarà dapprima una «fase emergenziale» e quindi si
aprirà la corsa per la ricostruzione.
La «seconda fase - scrive il relatore - sarà più interessante della prima».
Come abbiano appreso da una fonte diplomatica funzionari dell'Eni si sono
recati a Nassiriya «ma solo per brevi periodi» e, anche se gli americani
sono orientati a confermare i contratti realizzati ai tempi di Saddam, le
condizioni di sicurezza non hanno finora permesso l'avvio della
ricostruzione. A Nassiriya vi è una grande raffineria nella quale sono in
funzione impianti relativamente moderni realizzati dai russi negli anni
settanta, ma la produzione è modesta. Il documento del professor Cassano
dimostra dunque, prove alla mano, che poche settimane prima della guerra e
fin dalla metà degli anni novanta il governo italiano e l'Eni avevano
puntato gli occhi sul petrolio di Nassiriya. Mentre, in Parlamento, Frattini
chiedeva voti per la «missione umanitaria», nei cassetti della Farnesina
c'erano già i piani per «solidi investimenti» e soprattutto per garantire «i
nostri approvvigionamenti».
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