3° CONGRESSO NAZIONALE DS
RELAZIONE DI PIERO FASSINO
(Bozza non corretta)
Gentili ospiti,
cari amici,
care compagne e cari compagni,
grazie per essere qui così tanti. E’ un segnale di
attenzione di cui vi ringrazio e che ci sprona ancor di più a onorare al meglio
le vostre aspettative.
Ringrazio il Presidente Casini che ci onora della
sua presenza e tutti i rappresentanti delle istituzioni, dei partiti e delle associazioni.
E ringrazio in particolare Romano Prodi, a cui
riconfermo la nostra affettuosa e solida amicizia e il sostegno pieno nella
sfida che insieme condurremo.
Desidero anch’io inviare il nostro saluto più
affettuoso al Presidente Ciampi, la cui autorità morale e politica è saldo
riferimento quotidiano per tutti noi, rigoroso custode dei principi
costituzionali e dell’autonomia delle istituzioni della Repubblica in un Paese
esposto troppo spesso a strappi istituzionali e lacerazioni sociali.
Penso di interpretare i sentimenti di alta
considerazione e di stima di tutti voi indirizzando a Sua Santità Giovanni
Paolo II, anche da questo Congresso, gli auguri più sinceri di pronta
guarigione, affinché possa riprendere al più presto la Sua missione in favore
della pace, della giustizia, della fraternità e del dialogo.
Apriamo questo nostro 3° Congresso dei Democratici
di Sinistra consapevoli delle intense aspettative con cui si guarda a noi.
L'Italia, si trova di fronte uno di quei passaggi
storici che non lasciano immutata la condizione di un paese. Se ne può uscire
più forti, o invece tremendamente indeboliti, drasticamente ridimensionati.
Non si tratta di evocare fantasmi, ma di fare i
conti in modo lucido con il rischio di declassamento al quale il nostro Paese è
esposto.
Tutti gli indicatori – crescita del Pil,
esportazioni, investimenti, innovazione, livello di formazione, natalità, tassi
di attività, occupazione femminile – conoscono andamenti negativi o stagnanti
e, in ogni caso, più modesti delle dinamiche europee e mondiali. E ormai da
tempo l'Italia non accumula le risorse sufficienti al suo sviluppo e alla
redistribuzione sociale della ricchezza. Mentre in questi tre anni l’economia
mondiale è tornata a crescere.
L'Italia può tornare ad essere "espressione
geografica", un "paese senza qualità", un "mercato
passivo", trainato da chi ha
altrove, in qualche altra parte dell'Europa o del mondo, il centro e il
cuore dei suoi interessi.
Oppure l’Italia può tornare a essere grande,
scommettendo sulle sue straordinarie risorse, oggi deluse ed inutilizzate: i
giovani, troppo a lungo tenuti ai margini del mercato, del lavoro, delle
professioni, dell'università e delle ricerca, della politica, da un sistema
chiuso e oligarchico.
E poi il dinamismo competitivo delle imprese; il
saper fare di milioni di lavoratori; la vivacità della ricerca e
dell’università che chiede di premiare il merito e di poter competere con le
sedi di eccellenza, in Europa e nel mondo.
E poi il Mezzogiorno, piattaforma naturale europea
protesa verso il Mediterraneo, un bacino che dopo cinque secoli di predominio
dell'Atlantico, oggi con lo straordinario sviluppo dell'Asia, sta tornando
crocevia dello sviluppo mondiale.
E ancora: gli italiani all'estero e gli stranieri
in Italia, due facce diverse, ma complementari di una medesima apertura del
nostro paese al mondo.
Sì l’Italia è un “grande” Paese: ce la può fare,
può rialzarsi.
Il declino è un rischio, non un destino.
Ma per farcela ha bisogno di un progetto in cui
credere e una classe dirigente all’altezza del compito.
Per questo il nostro slogan è: “Finisce l’illusione.
Comincia l’Italia”.
Sì, finita l’evocazione dei sogni e dei miracoli a
buon mercato, il futuro è nelle nostre mani.
E noi abbiamo perciò il dovere
di prospettare, qui ed ora, il nostro progetto, sapendo che i tempi non sono
lunghi.
Per questo il Congresso è così
importante. Siamo la forza più grande del centrosinistra e tocca a noi la
responsabilità di indicare una strada e di percorrerla con convinzione. E noi
qui vogliamo rendere chiara e visibile la nostra “sfida riformista”.
D’altra parte proprio lo stesso svolgimento di
questo Congresso dimostra quanto la nostra gente sia ben consapevole di questa
responsabilità.
Oltre 7000 Congressi delle nostre strutture
territoriali e aziendali, a cui hanno preso parte 200.000 iscritti, con una
percentuale di partecipazione superiore a Pesaro, sono la testimonianza di una
passione politica, di una tensione ideale, di una volontà di combattere di cui
voglio rendere merito alle donne e agli uomini di questo nostro Partito.
E desidero ringraziare tutte le compagne e i
compagni che mi hanno voluto confortare del loro consenso.
Così come ringrazio Fulvia Bandoli, Fabio Mussi e
Cesare Salvi – e le compagne e i compagni che ne hanno condiviso le tesi – per
il contributo appassionato che hanno voluto dare al nostro dibattito
congressuale.
I DS sono una straordinaria risorsa della
democrazia italiana; un patrimonio di intelligenza, passione, volontà che noi
mettiamo a disposizione dell’Italia.
E da questo Congresso vogliamo parlare al Paese,
per trasmettere un messaggio di fiducia e di speranza.
***
Sono trascorsi oltre tre anni e mezzo dalla
formazione del governo Berlusconi e molte delle speranze suscitate nel 2001
ormai sono sfumate.
L’economia è ferma. Le esportazioni flettono. Manca una politica industriale. Il
Mezzogiorno è sparito dall’agenda politica.
La competitività del nostro sistema produttivo è in
affanno e il decreto sulle competitività, promesso per il 1° gennaio, si è
perso nelle nebbie.
Le risorse per ricerca, scuola, università sono
diminuite.
Alla legge obiettivo sulle infrastrutture non sono
seguiti né programmi, né finanziamenti adeguati.
I conti pubblici sono stati messi a rischio
dall’incapacità di governare la spesa e da una politica fiscale fondata su
condoni dagli esiti perversi.
E Fondo Monetario e Unione Europea non esitano più
a prevedere lo sfondamento del 3% di deficit.
Milioni di famiglie guardano alla propria vita
quotidiana con maggiore insicurezza e preoccupazione, vuoi perché il reddito si
è fatto più stretto, vuoi perché il lavoro proprio e dei figli si è fatto
precario.
Peraltro come se tutto questo non bastasse, Governo
e maggioranza hanno inflitto al Paese lacerazioni politiche e istituzionali –
la giustizia, l’informazione, la devolution – che hanno indebolito la coesione
sociale e la stessa identità nazionale.
Per non parlare di un declassamento europeo e
internazionale, ben rappresentato dal vertice di Tolosa dove Chirac, Blair, Schroeder, Zapatero, si sono riuniti a discutere della nuova
Europa. E l’Italia non c’era.
Una inadeguatezza che il paese sente e che spinge
molti a tirare i remi in barca, a non innovare, a non investire, a non fare
figli, a rassegnarsi.
Non c’è istituto di ricerca – dal Censis a Eurispes
– che non ci parli di un paese inquieto,
insicuro, che vive il presente nel timore di ciò che verrà dopo. Che non sa più
immaginare l’avvenire con tonalità diverse dal grigio.
C’è un solo italiano che
continua a ripetere che le cose vanno bene. Anzi, non potrebbero andare meglio.
Berlusconi ricorda
quell’affascinante nobildonna francese, che
colta in flagrante amplesso, cercò inutilmente di protestare la propria
innocenza, urlando al suo uomo tradito: “Ah benissimo, vedo che non mi amate
più: credete di più a quel che vedete che a quel che vi dico!”.
E così, dall’esito fallimentare
della sua politica, il centro destra trae non già la conseguenza di un
cambiamento di rotta, ma al contrario di una ulteriore radicalizzazione dello
scontro politico.
Lo si vede con l’annuncio di
voler alterare la par condicio e mettere mano alla legge elettorale soltanto
per cercare di evitare altre sconfitte.
Lo si è visto nelle
esternazioni di Berlusconi che torna a proporsi come l’angelo del bene contro
il diavolo del male.
***
Insomma, un fallimento che indica come la natura
della crisi italiana sia essenzialmente "politica", perché è crisi di
progetto, di visione, di classe dirigente.
Quel che è fallito è il progetto con cui la destra
si proponeva di dare soluzione ad una transizione incompiuta.
Un disegno ambizioso, fondato su tre scelte,
perseguite con determinazione, ancorché il loro esito sia disastroso per il
Paese.
Intanto la destra ha perseguito l’obiettivo di una
“democrazia post-parlamentare” fondata sullo svuotamento delle prerogative del
Parlamento, la messa in mora delle autonomie istituzionali – dalla magistratura
alle authorities – l’uso spregiudicato della posizione dominante in campo
informativo e la ricerca di un rapporto di tipo plebiscitario tra leader e
cittadini.
La destra, poi, ha
messo in discussione la complementarietà delle due scelte – l’opzione
europea e l’alleanza transatlantica –
che per oltre 50 anni hanno guidato la politica estera italiana, a
vantaggio di un rapporto privilegiato con l’amministrazione Bush, a cui viene
del tutto subordinata la nostra collocazione europea.
E, infine, la terza scelta: lo “Stato minimo”,
ovvero la riduzione di ogni azione pubblica, di ogni responsabilità sociale, di
ogni funzione di guida dei pubblici poteri.
La tesi diffusa a piene mani è stata: “con il meno,
si offre il più”.
E dunque: meno Europa perché è un vincolo
soffocante; meno azione pubblica perché è ostacolo al mercato; meno Stato
sociale perché è un lusso dispendioso; meno diritti – si pensi all’articolo 18
– perché è impedimento alla crescita; meno regole perchè comprimono la libertà
di scelta; meno concertazione con le parti sociali e meno istituzioni.
Il messaggio
di questa strategia destrutturante era semplice e suggestivo: “un paese più
leggero potrà finalmente volare”.
L’esito è sotto gli occhi di tutti: l’Italia non
vola.
Il più non c’è. Perché il meno non può che dare
meno.
E’ così l’Italia rischia il declino.
***
Insomma la destra ha tentato – non riuscendoci
– di dare una soluzione al “problema italiano”.
Mi riferisco alla crisi della costituzione materiale dell’Italia, all’esaurirsi
di quell’originale intreccio di compromessi sociali, funzione dei partiti di
massa, boom industriale del Paese, diffusione del benessere, crescita culturale
e civile, che lungo i primi quarant’anni della Repubblica ha fatto dell’Italia
una grande e moderna nazione.
Quella crisi iniziò alla fine degli anni ’70 – con
il rapimento e l’uccisione di Moro e la fine della solidarietà nazionale –,
maturò negli anni ’80, conobbe un ulteriore acutizzazione nell’89 con il mutare
dello scenario europeo e mondiale, precipitando poi nel ’92 – ’94.
E al termine del decennio che ci sta alle spalle
non ha trovato ancora uno sbocco definitivo.
La destra nel 2001 ha vinto le elezioni perché ha
trasmesso la sensazione di saper affrontare quel problema.
Ma il modello proposto non ha retto alla prova dei
fatti: si è rivelato sbagliato e l’esito
è sotto gli occhi di tutti.
Qui sta, dunque, oggi la
responsabilità del centrosinistra.
Tocca a noi dare soluzione ad
una transizione ormai troppo lunga.
Dirò di più: “dobbiamo” farlo,
perché il Paese non ricomincerà davvero se non si aggrediscono le tante
fragilità che lo minacciano.
Non si tratta soltanto di
sostituire una maggioranza di governo, né soltanto di realizzare una pure
importante alternanza nella guida politica.
Né si tratta semplicemente di
tornare a prima del 2001, considerando l’epoca berlusconiana una infelice
parentesi da dimenticare.
Si tratta di qualche cosa di
più profondo: contrastare una deriva,
mobilitare le tante energie della società; offrire a ciascuno la possibilità di
far valere la propria capacità;
restituire all’Italia il senso di una sfida; mettere in campo una nuova stagione della
democrazia; riconsegnare ad una società
lacerata e divisa il valore dell’appartenenza e dei legami profondi che devono
far percepire ciascuno parte di una comunità nazionale; ricostruire la
costituzione materiale e morale di questo Paese.
***
Precisamente qui vive il nostro congresso.
Nello sforzo di definire l’idea dell’Italia che
mettiamo in campo per conquistare, da oggi al 2006, una maggioranza di consensi
tra gli italiani.
E’ qui che si misura la nostra funzione dirigente.
Ed è questo il banco di prova del nostro “riformismo”.
Che cosa voglia dire essere riformisti, che cosa
significhi la “sfida riformista”, quale sia il progetto di una sinistra che si
ispiri ai valori del socialismo democratico europeo: tutto questo lo dobbiamo
rendere esplicito oggi con un progetto che parli dell’Italia e del suo futuro.
Perché una cosa va detta con chiarezza: noi non
pensiamo di vincere le elezioni politiche solo sull’onda del fallimento della
destra.
Noi vogliamo vincere le elezioni sulla base di una
nostra visione della società italiana e del suo futuro.
Ho riletto un passo del discorso d’accettazione
della candidatura che John Kennedy pronunciò nel 1960 davanti alla platea dei
delegati democratici.
“Penso – diceva –
che i cittadini si aspettino da noi molto di più che invettive o urla di
indignazione. La situazione è troppo grave, le sfide troppo urgenti, e la posta
in gioco troppo alta per far sì che il dibattito politico degeneri.”
E aggiungeva: “se conduciamo una battaglia tra il
presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro. E oggi la nostra
preoccupazione deve essere per il futuro. Perché il mondo sta cambiando e
un’epoca tramonta.”
Per questa ragione, io qui oggi vorrei parlare poco
di “loro”.
Qui, oggi, vorrei parlare soprattutto di “noi”.
Della nostra visione del mondo, della nostra
proposta di governo.
Di noi e dell’avvenire dell’Italia.
***
Questa Italia, noi prima di tutto la vogliamo
pensare nel mondo.
Le immagini di quel che accade a migliaia di
chilometri da noi, entrano in pochi minuti nelle nostre case, coinvolgono le
nostre emozioni, suscitano inquietudini, sollecitano domande di senso sul
destino dell’uomo e del suo futuro.
La tragedia dello Tsunami, con le sue 250.000
vittime – tra loro tanti nostri
connazionali – è lì a ricordarci
l’insostenibilità di uno sviluppo che ignori o neghi le leggi della natura e
dei cicli biologici.
La vista della soverchiante forza della natura è un
brusco richiamo alla finitudine, come dimensione radicale dell'esistenza umana.
E’ una brutale replica alle illusioni di prometeico dominio di una terra che
invece ci è solo data in prestito, e dobbiamo sapere rispettare.
Sono trascorsi più di vent’anni da quando Willy Brandt
e Olof Palme – due socialdemocratici, due riformisti – richiamarono il mondo a
interrogarsi sul suo destino e sui limiti laceranti di una crescita puramente
quantitativa che non si ponesse l’obiettivo di rispettare la natura e ridurre
l’insopportabile divario tra il Nord e il Sud del mondo. E quel monito è ancora
attuale. Ed è la frontiera con cui la politica deve misurarsi.
Oggi nel Sud-Est asiatico, ma non solo: dall'altra
parte dell'Oceano Indiano c'è l'Africa, il vero continente alla deriva, l'epicentro
della povertà, della fame, dell'Aids, delle guerre dimenticate.
Alle proposte avanzate da Lula, Zapatero, Lagos, Chirac per una
tassazione internazionale a favore della lotta alla povertà e all’Aids e alla
decisione di Tony Blair e Gordon Brown - in vista della presidenza britannica
del G8 e, nel prossimo semestre, dell'Ue - di concentrare verso l’Africa uno
sforzo straordinario, altri atti devono seguire: la riduzione del debito,
l’effettiva apertura dei mercati ai paesi in via di sviluppo, l’esenzione di
ogni dazio o fisco sulle esportazioni dei 48 paesi più poveri del mondo, la
riduzione delle royalties sui farmaci anti Aids, la tutela dei beni comuni
globali come l’acqua.
Così come in tempi in cui venti bellicisti tornano
a spirare, occorre riprendere il cammino del disarmo con negoziati
multilaterali per il blocco degli
armamenti nucleari, la distruzione degli armamenti chimici, la non
proliferazione delle armi di distruzione di massa, la riduzione degli armamenti
convenzionali.
E’ una responsabilità che riguarda anche l’Italia:
per questo chiediamo al governo italiano di riprendere le politiche di
riduzione del debito e mettere fine allo scandaloso svuotamento di ogni
politica di Aiuto allo sviluppo.
E diciamo fin da ora che con noi al governo
l’Italia farà propri gli obiettivi del Millennium Round e rispetterà l’impegno
per lo 0.7% del PIL per l’Aiuto allo sviluppo – oggi siamo allo 0,15%! – adoperandosi per raggiungere il traguardo
dell’ 1%.
Così come chiediamo al Governo italiano di intraprendere,
senza ambiguità e reticenze, l’applicazione del protocollo di Kyoto e di
battersi per la creazione di una Organizzazione Mondiale dell’Ambiente che,
insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità e all’Organizzazione
Internazionale del Lavoro, costituiscano un primo nucleo di “governance
sociale”.
Ed è certo un segno dei tempi che dal Forum Sociale
Mondiale di Porto Alegre e dal World Forum di Davos – due sedi così diverse per composizione e ispirazione
culturale – siano venute sollecitazioni e indicazioni convergenti: un'agenda
nuova sta forse cominciando ad essere scritta. E inevitabilmente ad essa devono
corrispondere nuovi equilibri politici.
Ce lo
dice anche la vicenda irakena.
Domenica 8 milioni di irakeni
si sono recati alle urne nelle prime elezioni libere dell’Irak da decenni.
E’ un fatto di straordinaria
importanza che noi – come ogni democratico –
salutiamo con gioia, rivolgendo qui un affettuoso benvenuto ai
rappresentanti dei partiti curdi e irakeni ospiti del nostro Congresso.
Da quel voto escono due
indicazioni politiche chiare.
Il popolo irakeno ha respinto
il ricatto dei terroristi.
A chi scioccamente e
irresponsabilmente ha definito Al Zarkawi e i suoi accoliti dei resistenti,
replichiamo che i veri resistenti sono quegli 8 milioni di donne e uomini
irakeni che, votando, hanno detto no alla morte e sì alla vita.
E, al tempo stesso, recandosi a
votare curdi, sciiti e anche sunniti hanno voluto dire al mondo – e in primo
luogo a Bush – che vogliono essere
padroni del proprio destino; prendere nelle loro mani il futuro del loro Paese;
lasciarsi alle spalle sia Saddam Hussein, sia la guerra, per costruire
finalmente un Irak libero.
La nostra contrarietà a quella
guerra rimane. Per come è stata giustificata, per l’unilateralità con cui è
stata decisa e condotta, per le molte conseguenze negative che ha prodotto.
Né possono essere ignorate
anche le difficoltà che il voto segnala, a partire dal non risolto
coinvolgimento di una parte della comunità sunnita.
E, tuttavia, non possiamo non
vedere che quel voto segna uno spartiacque e che la priorità per tutti, anche
per noi, oggi è raccogliere le domande di quegli elettori. E le scelte da
compiere vanno assunte non sulla base delle schermaglie del dibattito politico
di casa nostra, ma sul passo e sui bisogni di quella democrazia.
Una grande forza politica che
ambisca a governare un Paese non è chiamata semplicemente a esprimere sentenze
o a ribadire giudizi.
Dobbiamo avere una politica che
concorra a dare soluzioni ai conflitti ed ai problemi.
Adesso quelle elezioni siano
effettivamente la leva per determinare un mutamento di scenario.
Si insedi subito il nuovo
Parlamento. Si formi il nuovo Governo rappresentativo di tutte le diverse
comunità. Si operi perché anche quei settori di popolazione sunnita che hanno
rifiutato le elezioni si sentano parte della nazione irakena e si adotti una
Costituzione che tuteli tutte le componenti etniche e religiose della società
irakena.
Si convochi il Consiglio di
Sicurezza dell’Onu per definire con quale strategia gestire la nuova fase. E in
quella sede si decida l’avvio del ritiro delle truppe di occupazione e la loro
eventuale sostituzione con una forza multinazionale di pace, sotto egida Onu,
che sia percepita dai cittadini iracheni come un elemento di stabilità e di
sicurezza. Ed in questo quadro l’Italia definisca le modalità del rientro dei
suoi soldati, riconfermando il sostegno del nostro Paese a ogni iniziativa che
l’Onu e l’Unione Europea ritengano di dover assumere per dare stabilità, sicurezza e democrazia all’Irak.
E si convochi una nuova
Conferenza Internazionale per varare un programma straordinario di aiuti sia
per la ricostruzione economica, sia per il rafforzamento delle istituzioni
democratiche legittimate dal voto.
Ma attenzione, proprio il
passaggio elettorale irakeno ci sollecita ad affrontare, senza reticenze, anche
un’altra questione.
Come tanti di voi, anch’io ho
promosso e partecipato a manifestazioni contro la guerra e per la pace. Ma ogni
volta – e come me credo tanti – mi sono chiesto turbato perché Saddam Hussein
fosse ancora lì. E che cosa avevamo fatto noi – noi europei, noi sinistra, noi
riformisti, noi uomini di pace – per farlo cadere.
Il nostro no a quella guerra –
e a ogni guerra futura – sarà tanto più
efficace e convincente se avremo una strategia per ottenere con gli strumenti
della politica quello che altri pensano di perseguire solo con le armi.
Quando si negano diritti,
quando si torturano oppositori, quando si reprimono minoranze, quando si
vìolano donne, quando si soffocano libertà, noi non possiamo restare inerti. E
tanto meno possiamo appagarci del falso alibi delle diversità culturali,
etniche e religiose.
Questo intendo dire quando
affermo che alla guerra preventiva occorre sostituire la politica preventiva.
E cioè una strategia attiva che
di fronte ai mali del mondo non allarghi le braccia, né si appaghi di trovare
un “colpevole”, sperando magari che vi sia di mezzo qualche americano con cui
prendersela.
Il riformismo è cambiare le
cose, non osservarle, né subirle.
E quando il Presidente Bush –
come ha fatto ancora in questi giorni – ripropone le sue dottrine belliciste,
noi dobbiamo non solo denunciarne con forza il pericolo, ma chiederci con quali
strategie politiche agire.
Così, per esempio, di fronte
agli inquietanti moniti rivolti da Bush all’Iran, è urgente che l’Unione
Europea agisca subito – nei prossimi colloqui con le autorità di Teheran –
ottenendo impegni certi e verificabili che rassicurino il mondo e lo mettano al
riparo da nuove avventure.
Ecco un esempio di “politica
preventiva”.
Sì, serve una politica
preventiva per prosciugare le paludi dell’odio – dalla Cecenia al Darfur –
e dare soluzione politica ai conflitti
che insanguinano il mondo, a partire dal conflitto israelo-palestinese, per il
quale si è aperta una nuova finestra di opportunità, con la elezione di Abu
Mazen – il più riformista dei leaders palestinesi – e la formazione del
gabinetto Sharon-Peres, voluto con tenacia dal leader laburista israeliano.
Politica preventiva per
affermare i diritti civili e umani e la loro universalità in ogni contesto.
Politica preventiva per
favorire il dialogo di civiltà, di culture, di religioni, dimensione essenziale
per un mondo sicuro.
Politica preventiva per lottare
contro il terrorismo e riportare nel circuito della parola – cioè della
democrazia e della politica – chi,
sentendosi escluso, crede di essere riconosciuto ricorrendo alla violenza e al
terrorismo.
Politica preventiva per
combattere davvero e con determinazione ogni forma di oppressione e con essa la
fame, la povertà, le malattie, lo sfruttamento e la tratta delle donne e
dell’infanzia, il sottosviluppo.
E’ per tutto questo che servono
istituzioni multilaterali forti a partire dall’Onu.
Noi non siamo di quelli che
invocano l’Onu con la segreta speranza che le sue fragilità le impediscano di
agire. Noi puntiamo sul rafforzamento dell’Onu – e delle altre istituzioni
sopranazionali – come sede di quel multilateralismo, unica, vera, necessaria
alternativa all’unilateralismo.
Per questo le Nazioni Unite
devono essere dotate di risorse, strumenti, legittimità così come indicato nel
rapporto presentato dal Gruppo dei Saggi a Kofi Annan. E devono essere guidate
da un Consiglio di Sicurezza effettivamente rappresentativo del mondo di oggi,
a cui affiancare un Consiglio di
Sicurezza economico, che assuma la funzione di indirizzare e coordinare
l’azione delle istituzioni finanziarie internazionali, perseguendo strategie
non solo di espansione del libero commercio, ma anche di tutela di diritti
umani, di sviluppo sostenibile, di redistribuzione di opportunità a favore di
paesi deboli.
***
E’ per questo che ci vuole l’Europa.
In un mondo sempre più
indipendente, guai se l’Europa si
sentisse appagata della sua prosperità, preoccupandosi solo di proteggerla.
Questa stessa possibilità dipende dalla capacità di essere un attore globale,
un fattore riequilibrante delle dinamiche mondiali, dei rapporti di forza,
degli equilibri tra continenti.
Un’Europa che non si faccia
scudo dei suoi egoismi protezionistici e sia capace di interloquire e negoziare
con nazioni emergenti e paesi in via di sviluppo, che non si accontentano di
parole di comprensione, ma chiedono un mutamento delle ragioni di scambio ed
apertura dei mercati.
Un’Europa che, forte dei suoi
valori occidentali, assuma su di sé la responsabilità di promuovere un
confronto tra civiltà, culture e religioni sul cruciale tema della
secolarizzazione, cioè quella separazione tra sfera politica e sfera religiosa,
decisiva per affermare in ogni luogo democrazia e diritti.
Un’Europa che non si sottragga
alla responsabilità non meno rilevante di sanare la frattura che, con la
vicenda irakena, si è consumata tra Stati Uniti e mondo.
Proprio quella guerra dimostra che gli Stati Uniti
da soli non ce la fanno a governare il pianeta. Ma, nessuno può pensare di
governarlo senza o contro gli Stati Uniti.
Anzi, proprio nel momento in cui sulla scena
mondiale si affacciano nuovi protagonisti – la Cina, l’India, il Brasile, il
Sud Africa, l’universo islamico – l’Europa deve sentire la responsabilità di
sottrarre l’America alla solitudine imperiale per ripristinare tra le due
sponde dell’Atlantico un comune agire.
Non serve un’Europa vassalla. Ma non servirebbe
davvero un protagonismo europeo in chiave antiamericana.
La condizione perché tutto ciò avvenga è che
l’Europa esista e sia forte. Qui c’è anche la nostra responsabilità.
Nessun paese europeo può pensare il proprio futuro
in una dimensione autarchica o protezionistica.
L’Europa è e sarà sempre di più il luogo, la
dimensione, lo spazio della vita di tutti gli europei.
D’altra parte non è forse questo il significato più
profondo dell’allargamento dell’Unione Europea a 10 nuovi paesi? E non dice la
stessa cosa la volontà dei Balcani di ritrovare nell’integrazione europea il
definitivo superamento delle contrapposizioni etniche?
E non è forse per la stessa ragione che Turchia e
Ucraina – due grandi nazioni, ai confini dell'Europa, terre di frontiera con la
Russia e col mondo arabo-islamico –
bussano alle porte dell'Unione?
Ecco, per noi l’Italia deve stare lì, con i piedi, il cuore, la testa nell’Unione
Europea.
E non per una ragione ideale soltanto.
Ma perché se si guarda ai sessant’anni di storia
repubblicana, non si può non vedere che la piena adesione alla integrazione
europea è stata una delle condizioni dello straordinario balzo in avanti
compiuto dal nostro Paese.
Sì, cari compagni e cari amici, è tempo di reagire
alla campagna populistica e provinciale che la destra conduce contro l’Europa.
A stare in Europa l’Italia non ci ha rimesso, ci ha
guadagnato.
Non saremmo mai divenuti quella grande nazione che
siamo oggi se non avessimo beneficiato di tutte le opportunità che sono
derivate dall’aver partecipato, fin dalla fondazione, alla comunità europea.
E anche in anni più recenti, senza l’Europa
l’Italia sarebbe stata una nazione alla deriva e tutte le sue fragilità si
sarebbero acutizzate ancor di più.
E’ agganciandoci all’Europa che noi del
centrosinistra abbiamo ridato stabilità a un paese che aveva un’inflazione
tripla rispetto alla media europea, il debito pubblico più alto d’Europa e un
deficit di bilancio che, anno dopo anno, ci indebitava sempre di più.
Certo, sappiamo bene che anche l’Unione Europea e
le sue politiche hanno bisogno di essere rivisitate. E, anzi, da anni
sosteniamo la necessità di revisioni del Patto di Stabilità, lungo le proposte
che un riformista e socialista – Jacques Delors – per primo ha proposto.
Ma un conto è interrogarsi come andare oltre, verso
una integrazione più forte e più efficace, più vicina ai cittadini.
Altro conto è evocare – come fa la destra italiana
– la nostalgia del passato e rappresentare l’Europa come un rischio, un vincolo
soffocante, un danno, rivelando così una reticenza euroscettica da cui l’Italia
non può che trarre, sì, danno.
In questi anni l’Unione ha conosciuto salti enormi:
la moneta unica, il mercato integrato, l’allargamento, la crescita di politiche
comunitarie in ogni campo, la Costituzione.
Una progressione così travolgente, nella sua
rapidità, da creare problemi di gestione e soprattutto di adeguamento delle
stesse categorie culturali e politiche con le quali pensiamo l'Europa.
E’ questa la
nuova frontiera dell’integrazione europea: dopo aver realizzato – con la moneta
unica – stabilità; dopo aver avviato – con l’allargamento – una più ampia area
di integrazione e di unità politica; dopo aver consolidato – con la
Costituzione – la sua dimensione politica e istituzionale; adesso l’Unione è di
fronte alla esigenza di rimettere in moto crescita, competitività, lavoro e
qualità civile e sociale dello sviluppo. E, dunque, occorre che le politiche di
bilancio e di convergenza e il Patto di stabilità siano riorientati a quegli
obiettivi.
In ogni caso questo è per noi un punto
irrinunciabile: l’Italia deve pensarsi in Europa e con l’Europa.
E con noi sarà così.
***
Questa, d’altra parte, è anche la condizione per
affrontare il vero nodo cruciale dell’Italia di oggi: tornare a far crescere
questo Paese.
Richiamo la vostra attenzione su questo punto.
La sinistra
ha tradotto storicamente i propri obiettivi di uguaglianza in un’azione
per la redistribuzione dei benefici
dello sviluppo.
Ma dando per acquisito – perché così era – che la
crescita ci fosse. E che, dunque, di volta in volta compito nostro fosse
decidere semplicemente se essere più arditi o più moderati nelle rivendicazioni.
E, invece, oggi non è così.
L’Italia non cresce o comunque cresce in misura
insufficiente sia a finanziare una adeguata politica di investimenti, sia a
redistribuire i suoi benefici.
E un paese che non produce ricchezza, può
redistribuire una sola cosa ai suoi cittadini: debiti.
E’ quel che è già accaduto in altri periodi. E può
tornare ad accadere oggi.
Non cresciamo perché il nostro sistema produttivo si è sviluppato su tecnologie di media intensità,
oggi più facilmente delocalizzabili e producibili in paesi a basso costo del
lavoro.
La piccola e piccolissima impresa gode di innegabili vantaggi in termini di dinamicità
e adattamento ai mercati, ma soffre anche di limiti obiettivi nei volumi
produttivi, nell’autofinanziamento, nella capacità di innovazione, nell’accesso
a mercati lontani.
Scontiamo il divario di una minore qualificazione
scolastica e formativa e un'insufficiente livello di ricerca e innovazione.
Pesano la cronica insufficienza di infrastrutture,
o l'inefficienza della pubblica amministrazione o la rigidità del sistema
bancario, mentre, si è andato
nuovamente accentuando lo squilibrio territoriale Nord-Sud, sconosciuto in
termini così macroscopici a qualunque altro paese europeo.
Sono questi i nodi da aggredire.
Non si cresce spalmando qualche esigua riduzione
fiscale, ma misurandosi con le “ sfide alte dello sviluppo”: la
specializzazione tecnologica; la crescita dimensionale delle imprese;
l’internazionalizzazione; la politica energetica; le infrastrutture e le reti.
E il territorio, e il patrimonio di storia, cultura, civiltà che incorpora,
come una leva per dare alla crescita qualità sociale e ambientale.
E, in questa chiave, il Mezzogiorno visto non come
“problema” ma come l’opportunità di rendere attive risorse inespresse o sotto
utilizzate: risorse naturali e ambientali, risorse storiche, culturali,
identitarie e prima di tutto grandi risorse umane a cui si deve offrire non
qualche mancia assistenziale – come sta nuovamente avvenendo – ma strumenti per
favorire investimenti, formazione, servizi.
Insomma: non sta scritto da nessuna parte che
l’Italia debba rassegnarsi al declino industriale.
Certo, non basta riproporre il modello industriale
di ieri.
Bisogna rinnovarlo profondamente.
E questo
richiede una scelta strategica, che l’Italia non ha mai davvero compiuto
e oggi non è più rinviabile: investire in quella ricchezza sociale che è il
capitale umano; il sapere, la conoscenza.
Non paia questo tema astratto.
Le grandi nazioni sono diventate tali perché hanno
investito nel sapere e sulla conoscenza.
Noi no.
Nella popolazione tra 21 e 65 anni abbiamo il 12%
di laureati a fronte del 38% degli Stati Uniti e il 33% in Gran Bretagna,
Francia e Germania.
E tra i 25 e 34 anni soltanto il 57% in possesso di
titolo di studio, mentre è l’85% in Germania, il 78% in Grecia, il 95% in Corea
e il 94% in Giappone.
Abbiamo il più alto tasso di abbandoni universitari
e nelle scuole superiori e la più bassa percentuale europea di asili nido e
scuole dell’infanzia.
Abbiamo uno dei più bassi tassi europei di
investimento pubblico sulla ricerca con 2,8 ricercatori ogni 1000 occupati, la
Francia 6,2, la Germania 6,4, il Giappone 9,3.
Abbiamo 54.000 studenti iscritti ai corsi di laurea
in comunicazione di massa, mentre si riducono anno dopo anno gli iscritti a
ingegneria, chimica, fisica, scienze matematiche.
Le nostre Università non hanno risorse per
finanziare ricerca e cresce ogni anno il numero di giovani laureati e
ricercatori che cercano all’estero quelle chances che qui sono impossibili.
Siamo tra i paesi che hanno il più alto numero di
telefoni cellulari, ma li produce la Finlandia, che non a caso destina il 3%
del Pil alla ricerca.
Sono queste le ragioni per cui abbiamo contestato
la Moratti: perchè la sua politica non
aggredisce queste criticità, ma le aggrava.
Per questo diciamo con forza: facciamo
dell’investimento sul capitale umano una scelta
strategica destinando una quota di risorse più alta alla scuola pubblica
e all’università e valorizzandone l’autonomia.
Portiamo entro il 2009 la spesa pubblica per
ricerca al 2%.
Mettiamo in campo un vasto programma di information
technology, che innalzi la alfabetizzazione digitale e consenta alle piccole e
medie imprese di usare la rete per arrivare là dove con le sole loro strutture
fisiche non arriverebbero.
Si organizzino infrastrutture di ricerca e luoghi
di interscambio e trasferimento di tecnologie e si assumano subito 5000 giovani
ricercatori per dare un segnale forte.
Si istituisca l’Agenzia per la ricerca e lo
sviluppo tecnologico e si investa su alcuni grandi progetti pilota nazionali di
rapporto tra Università e imprese.
E insieme a ciò variamo un grande programma di
“formazione permanente” capace di sostenere un mercato del lavoro flessibile e
di mettere ciascuno nelle condizioni di puntare sulle proprie capacità.
E incentiviamo comunità, associazioni, individui,
imprese, territori ad impossessarsi sempre di più delle nuove tecnologie,
incentivando un uso produttivo dei nuovi sistemi di comunicazione, meno passivo
e più interattivo, meno verticistico e più pluralistico.
Il 2005 è l’anno di Einstein, il 2009 sarà l’anno
di Galileo.
Vogliamo impegnare questi quattro anni per far
decollare un’Italia del sapere e della conoscenza!?
Allora sì ha senso porre – come è giusto e come
dobbiamo porre senza reticenze – anche il tema della qualità della scuola, del
rigore degli studi, della necessità di una costante valutazione dei docenti, di
andare al di là del solo valore legale del titolo di studio e certificare
l’effettivo sapere acquisito.
Ma tutto questo si può fare – e si deve fare – se
si investe sulla formazione, si scommette sulla conoscenza e così tutti
capiscono che sapere di più, studiare di più è il modo per avere più chances.
Questo è il riformismo che vogliamo: che chiede a
tutti di puntare al meglio su di sé, perché crea le condizioni affinché ognuno
lo possa fare, libero da barriere di reddito e da sfavorevoli eredità sociali.
***
Compiere queste scelte conduce ad un altro nodo
cruciale: il rapporto tra mercato e politiche pubbliche.
Spesso si rappresentano questi due termini in
antitesi, quando invece appaiono sempre più inscindibili e complementari.
L’Italia è una buona dimostrazione di ciò.
La destra evoca a ogni pie’ sospinto il mercato, ma
poi ne ha spesso paura e si rifugia facilmente nel protezionismo.
E d’altra parte come potrebbe essere diversamente
visto che la destra italiana si è scelta come leader un imprenditore che nel mercato ci vuole stare da monopolista
assoluto, magari controllando anche il principale concorrente? E non trova
imbarazzante essere titolare di continui conflitti di interesse che, oltre che
violare l’etica pubblica, alterano proprio il mercato e la concorrenza?
Noi che siamo la sinistra non abbiamo alcun
imbarazzo a dire che l’Italia ha bisogno di più mercato.
Serve più mercato nelle libere professioni,
abbattendo barriere che impediscono a migliaia e migliaia di giovani di poter
accedere alle attività professionali.
Serve più mercato nel sistema finanziario e
bancario, favorendo l’accesso al credito per chi ha idee, e non solo mattoni da
offrire in garanzia.
Serve più mercato nei settori pubblici essenziali a
vantaggio di consumatori e cittadini, a partire da una produzione e distribuzione
di energia meno cara e più pulita; serve più mercato nella diffusione delle
reti e dell’information-technology per una più semplice accessibilità a
brevetti, conoscenze, mercati; serve più mercato nel sistema televisivo e nella
pubblicità che lo sostiene.
E tutto ciò è urgente per liberare risorse, rompere
corporativismi e rendite di posizione, creare nuove opportunità di investimento
e di lavoro. Per aprire la società. E prima di tutto aprirla ai giovani.
E contemporaneamente l’Italia ha bisogno di più
politiche pubbliche.
Non c’è in questa affermazione alcuna nostalgia.
Lo Stato che si fa imprenditore – producendo
lingotti, auto, lambrette, panettoni, pelati inscatolati – appartiene ad
un’altra fase dello sviluppo.
Ma se si vuole fare ricerca, investire nel sapere,
ammodernare infrastrutture materiali e digitali, investire in energia pulita,
valorizzare territorio e ambiente, restituire città e il loro habitat alla
vita, tutto ciò non si fa senza forti politiche pubbliche, condizione anche per
mobilitare risorse private.
E se occorrono ammortizzatori sociali efficaci per
un mercato del lavoro flessibile; se si
vuole rendere moderna la macchina pubblica e valorizzare chi ci lavora: anche
in questo caso servono forti politiche pubbliche.
E’ così che noi vogliamo far tornare a crescere
l’Italia, restituendo a chi fa imprese l’orgoglio del proprio successo; a chi
lavora il riconoscimento delle proprie capacità; a chi studia e ricerca, la
voglia di farlo per sé e per il proprio Paese.
***
L’investimento nel capitale umano è anche la leva
per affrontare l’altro nodo strategico: quale Stato sociale per una società
flessibile.
Per farlo occorre liberarsi di una visione
ideologica secondo cui competitività e
coesione sono incompatibili; e, dunque, ridurre drasticamente il welfare
sarebbe l’unico modo per finanziare la crescita.
Non è così.
Basterà ricordare che le nazioni scandinave, patrie
del più robusto welfare state che si conosca, registrano anche a più alti tassi
di produttività.
E guardando all’Italia, i punti di maggiore
specializzazione tecnologica e competitività si sono realizzati negli ultimi
quindici anni nei Distretti Industriali, dove più integrato è il rapporto tra
impresa, territorio, soggetti sociali, sistema dei poteri locali e servizi
pubblici.
E, anche guardando all’Asia – una delle aree dove
di più vigono le regole della competizione – si può facilmente costatare che
quando la Corea e le altre “tigri asiatiche” sono approdate ad un certo livello
di crescita, è stato ineludibile passare dalla dittatura alla democrazia e
creare una sistema di sicurezze sociali e di diritti.
Si ignora, insomma, che nei paesi avanzati il
welfare è ormai un dato irrinunciabile di “civilizzazione” del mercato e lo
stato sociale non è solo redistribuzione, ma fattore costitutivo dello
sviluppo.
D’altra parte la spesa sociale italiana è più bassa
della media europea. E lo è in tutte le voci: spendiamo di meno per le
famiglie; spendiamo di meno per i bambini;
spendiamo di meno per le persone non autosufficienti; spendiamo di meno
per gli anziani; e spendiamo meno per la sanità, pure in una società in cui il
tempo di vita si allunga e la domanda di cura cresce.
E spendiamo meno per la scuola, dove pure abbiamo
appena dimostrato è necessario investire di più.
E se si separa la spesa previdenziale dagli oneri
per la cassa integrazione e ammortizzatori sociali – oggi tutti a carico
dell’Inps – si scopre che per le pensioni la spesa italiana non è più alta
della media europea e per gli ammortizzatori sociali è nettamente inferiore.
E, dunque, la riforma del welfare va affrontata –
ecco la differenza tra i riformisti e i conservatori – non sulla base della
supposta insostenibilità finanziaria, ma individuando quali siano i nuovi
rischi e i nuovi bisogni di una società che non è più retta dalla staticità del
lavoro e non ruota più intorno alla organizzazione sociale fordista.
E, dunque, serve un welfare in cui i cittadini
abbiano diritto a ricevere prestazioni non perché appartenenti a questa o
quella categoria sociale, ma in funzione delle condizioni di bisogno e dei
rischi a cui concretamente sono esposti.
Serve una riforma coraggiosa del welfare non per
dare meno, ma per dare meglio e a chi rischia di più.
E, in secondo luogo, serve un welfare che metta al
centro la persona sia nella sua individualità di cittadino, sia nel suo sistema
di relazioni familiari: i bambini, i figli, i nonni, la parità nella coppia.
C’è intanto una assoluta priorità: tornare a dare
certezze al lavoro che in questi anni è stato esposto ad una continua riduzione
di peso e considerazione: 2 lavoratori atipici su 3 sono cronicamente precari;
il 65% degli italiani di età tra 21 e 35 anni
ha un lavoro precario, discontinuo o a termine; abbiamo la più bassa
quota di occupazione femminile dell’Unione Europea; nel 48% delle famiglie
lavora una sola persona.
E anche chi lavora in grandi imprese non è più
garantito per sempre, come dimostra bene il caso della Fiat, in questi giorni
ad un tornante cruciale per la vita stessa di quella azienda; o il caso dei
lavoratori della Thyssen di Terni, a cui va la nostra solidarietà.